La scatola azzurra

In Racconti, Romantico, Soprannaturale

Luciana si svegliò stiracchiandosi lentamente. La luce del sole filtrava dagli spiragli delle tapparelle, disegnandole sul volto linee e punti, un tiepido messaggio di buongiorno in codice morse.
Infilò le pantofole di spugna e si mosse lenta verso la cucina. Preparò la vecchia moka e accese il fornello. Divise a metà sei arance rosse per spremerle e riempire con il loro succo due bicchieri fino all’orlo. Si annusò le mani e il profumo di agrume le fece spuntare un sorriso. Cosparse meticolosamente di burro otto fette biscottate e poi le colorò con un velo di marmellata di pesche.
Dispose tutto su un vassoio per la colazione a letto, e si diresse spedita verso la porta in fondo al corridoio.
«Buongiorno mamma» cinguettò ostentando allegria, mise lo spuntino sul tavolo e aprì le finestre per cambiare aria alla stanza.
«Bastarda! Vacca! Chiudi quella maledetta finestra, voglio dormire ancora!» sbraitò la vecchia portandosi le mani agli occhi.
«Mamma, dobbiamo fare colazione, devo andare al lavoro. Tra poco arriva Bruna a farti compagnia» sospirò Luciana.
«Chi cazzo è Bruna? E tu chi sei? Irina! Lurida zoccola, vuoi ancora soldi immagino». La vecchia urlava e, paonazza in volto, si agitava come un ossesso tra le lenzuola.
«Mammina calmati, non sono tua sorella, sono tua figlia. Dai, ti aiuto a tirarti su». Così dicendo Luciana afferrò la vetusta anguilla sotto le ascelle per metterla seduta, quindi le depose il tavolino sulle ginocchia. Rosalina, l’anziana genitrice, guardava le fette biscottate bramosa.
«Mamma aspetta, devo metterti la dentiera!» disse Luciana non appena Rosalina allungò la mano verso il cibo.
«Io non ho la dentiera schifosa bagascia, i denti finti serviranno a te».
Luciana, rassegnata, tolse dal letto il vassoio e prese la protesi da un recipiente sul comodino. Aprì a forza la mascella della madre per fargliela indossare, schivando graffi, sberle, e tirate di capelli.
Compiuta l’impresa, osservando la vegliarda mangiare di gusto, si chiese quale oscuro sortilegio avesse sostituito il gentile cervello di sua madre con quello di una scurrile megera. “Alzheimer” le avevano diagnosticato i medici. Nessuna cura, solo un lento declino disseminato di incontinenza, improperi e vaneggiamenti.
Mentre Luciana piluccava a sua volta la colazione, suonò il campanello. Era Bruna, la badante. La decima in pochi mesi. Non molte persone riescono a sopportare di essere definite troie o assassine ogni santo interminabile giorno.
Assieme a Bruna la devota figliola si mise a lavare la madre. Cercando di tenerla ferma, le due donne la spogliarono per tamponarla con un panno umido. Quindi le slacciarono il pannolone. Lo stavano ancora sfilando, quando la vecchia con un gesto fulmineo afferrò la linguetta di plastica adesiva e lanciò il morbido contenitore delle sue feci sulla parete alla destra del letto, sfiorando Bruna. Luciana e la badante si guardarono attonite, quest’ultima aveva schizzi marron liquidi sulla spalla e sul collo. Il pannolone strisciò pigramente sulla tempera bianca e raggiunse il pavimento, creando un originale e maleodorante murales. Entrambe sentirono la calda e irrazionale vampata dell’odio risalire dalle budella alle tempie.
«Qui ti arrangi tu» esplose Bruna «o me ne vado».
Rassegnata, Luciana pulì madre e camera da letto, trattenendo i conati di vomito che le riproponevano la colazione preparata con tanto amore.
Poi, già stanca, corse nella sua stanza. Si soffermò un attimo ad accarezzare la sua scatola azzurra poggiata sul comodino, come a trarne conforto. Si vestì in un lampo e, allacciandosi l’ultimo bottoncino della camicetta blu a pois bianchi, diede un’occhiata allo specchio.
“Sono vecchia” pensava toccandosi i folti capelli castani lievemente striati di bianco. Poi portò le dita al naso: puzzavano ancora. Non aveva né tempo né voglia di truccarsi. Le profonde occhiaie scure si intonavano al suo stato d’animo, perché coprirle? Passati i cinquant’anni e con una madre inferma, Luciana vedeva nel futuro solo parolacce e solitudine.
“Ah, se avessi accettato la proposta di Piero” disse tra sé e sé. Prima di uscire, passò a salutare la dispettosa inferma.
«Ciao mamma, fai la brava. Ci vediamo stasera».
«Chi cazzo sei, brutta vigliacca? Chi ti ha fatto entrare in casa mia? Vuoi rubare i miei ori, vero? Esci immediatamente ladra! Parassita!»
«Adesso me ne vado. Stai tranquilla. Buona giornata anche a te mamma».
Luciana arrivò alla sua scrivania con un po’ di ritardo. Si sedette e indossò le cuffie, quindi cominciò a telefonare.
«Buongiorno, lavoro per la ditta Zoxa, posso rubarle qualche minuto per una ricerca di mercato?»
«Ma vaffanculo! Mi hai svegliato stronza! Ho fatto il turno di notte! Telefona a tua madre!»
“Se chiamassi mia madre mi offenderebbe con più fantasia” rimuginava Luciana perennemente ricoperta di sgradevoli epiteti come cariatide dal guano di piccione.
In pausa pranzo, seduta da sola a un tavolino appartato nella mensa aziendale, guardava annoiata il piatto, tracciando con la forchetta sentieri immaginari nel purè in cui faceva rotolare i piselli.
Le sue colleghe, tutte più giovani, parlavano e ridevano tra loro. A Luciana arrivavano stralci di conversazioni che tratteggiavano bucolici quadretti di nuovi amori, feste, mariti e figli, vacanze.
Alle cinque, timbrato il cartellino, prima di andare a casa Luciana si fermò come d’abitudine in un piccolo negozio di alimentari. La cortesia del droghiere Mario e le piccole attenzioni che questi le riservava la facevano sentire viva.
«Buona sera Luciana, com’è elegante oggi! Dimostra vent’anni di meno!» sorrise l’uomo da dietro il bancone, con quell’aria da rubacuori anni sessanta tipica dei bagnini in riviera.
«Buona sera Mario, quanti complimenti, mi fa arrossire…» si schermì Luciana visibilmente compiaciuta.
«Cosa le servo oggi, mio splendore?»
«Due etti di prosciutto cotto di quello buono, una vaschetta di insalata russa e un pezzetto di stracchino, morbido come l’ultima volta»
«Questo prosciutto è squisito. Assaggi qui» propose Mario, appoggiandole delicatamente una fettina tra le labbra. «Sono due etti e due, lascio?»
«Sì, sì, lasci. Grazie, è buonissimo»
«Le do anche un pezzetto di grana?»
«Va bene, sì, una punta magari»
«E qualche oliva? Queste vengono direttamente dalla Sicilia»
«Mi riempia una vaschetta che le assaggio»
«Serve altro? Magari una bottiglia di buon vino rosso?»
«No grazie, non bevo alcolici»
«Una donna senza vizi, che peccato!»
L’abile venditore le fece l’occhiolino, Luciana si imporporò felice, prese i suoi numerosi pacchettini, lo salutò e uscì più leggera. Dopo tante ingiurie i complimenti sono meglio del Prozac.
«Non sono una donna senza vizi» sussurrò Luciana alla sua immagine riflessa nella vetrina «non vivrei senza la mia scatola azzurra»

Sono le otto. Luciana ritocca il lucidalabbra. Il vestito lungo, nero, le sta d’incanto. Ha il viso riposato, reso luminoso da un trucco leggero. Si sfiora il filo di perle al collo e si spruzza il profumo alla vaniglia, poi prende il biglietto dal comodino e lo infila nella pochette.
Al teatro cittadino va in scena Lo Schiaccianoci, il suo balletto preferito.
Si siede al posto assegnatole, il numero ventinove.
Il sipario si apre e l’orchestra inizia a suonare. Sul palcoscenico le luci illuminano uno splendido, gigantesco, albero di Natale. Alcuni bimbi danzano lievi e adornano le punte dei rami di palline colorate, bastoncini di zucchero e campanelle.
Dopo un’ora, il balletto si interrompe per l’intervallo e la dolce signora in nero si concede un gingerino al bar. Mentre lo sorseggia viene urtata e l’intero bicchiere le si rovescia sull’abito da sera.
«Maledizione» mormora asciugandosi con un fazzoletto recuperato dalla borsetta.
«Mi perdoni signora, sono proprio maldestro» si scusa una voce calda alle sue spalle. Voltandosi, Luciana incontra lo sguardo color castagna di un uomo alto e robusto, di quelli che ispirano nelle donne un senso di protezione.
«Posso pagarle un altro drink? Io sono Antonio, piacere, lei si chiama?»
Luciana si presenta impacciata e rifiuta la gentile offerta, si accomiata frettolosamente e corre verso il bagno a rimediare al disastro. “Fortuna che sul nero le macchie non si vedono” pensa.
Dopo la pausa Luciana torna distratta al suo posto e comincia a guardarsi attorno, sperando di scorgere Antonio. Muove la testa a destra e a sinistra, si gira perfino a controllare le file dietro, ma niente da fare. Non riesce più a godersi lo spettacolo, si rimprovera di essere stata scortese, vorrebbe tornare indietro nel tempo, accettare il gingerino e civettare un po’ con quel dolce sconosciuto.
Al termine dell’ultimo atto indugia sistemandosi con cura lo scialle, poi si decide a lasciare la poltrona e lentamente si avvia all’uscita. Continua a osservare con attenzione ogni uomo alto che cammina nella lenta fila verso la porta.
«Buona sera Luciana, volevo salutarla. Anzi, mi chiedevo se volesse cenare con me»
L’invito di Antonio la coglie di sorpresa, la gioia le esplode dentro come il mazzo di fiori colorati dei prestigiatori. La magia dei sentimenti non ha età, è sempre favolosa e imprevedibile.
Luciana, guardando il pavimento, accenna un timido sì. Antonio la prende sottobraccio e la porta fuori, all’aria tiepida della sera. Attraversano il viale e si accomodano sotto un pergolato di glicini, a uno dei tavolini della trattoria Da Camillo. Su ogni tovaglia lilla c’è una candela bianca in un uovo di vetro trasparente.
Antonio ordina del prosecco e inizia a raccontare a Luciana la sua vita. Lei ascolta rapita e si porta il bicchiere alle labbra, facendosi pizzicare il naso dalle bollicine, del tutto dimentica di essere astemia.
Arrivati al dolce, nel fare un brindisi le loro dita si incrociano quasi per caso e l’adolescente innamorata sente una scossa e si perde in quegli occhi di cioccolata.
Finita la cena i due camminano fianco a fianco, fino alla casa di lei. Antonio ruba una rosa da un giardino lungo la strada e la porge a Luciana, che la annusa ridendo ed esprime il desiderio di ballare un valzer. Il suo cavaliere la prende tra le braccia e, canticchiando una melodia, danza con lei sul marciapiede, fino al portone di casa. Luciana è accaldata, ha i capelli scarmigliati e il petto che sussulta a ogni respiro.
«Sei proprio bella, sai?» sussurra Antonio, poi le annusa il collo sfiorandole l’orecchio con le labbra. Quindi si scosta, la guarda dritta nelle pupille e la bacia sulla bocca.
Un bacio in punta di piedi, dolce, che si fa via via più intenso. Luciana è talmente felice che potrebbe anche morire.
«Vuoi salire?» chiede all’uomo senza rendersene conto.
«Sì! Sì! Sì!» ansima Antonio eccitato, carezzandole la linea morbida del seno.
Luciana apre il portone con mano tremante e scompaiono nel buio delle scale.

Sono le due di notte. La camera è silenziosa. Si sente soltanto il rumore lontano del ritmico russare di Rosalina.
Luciana è sdraiata sul letto e sorride beata. Il suo occhio sinistro è chiuso, mentre il bulbo oculare destro giace vitreo sul comodino. Dal buco dell’orbita vuota esce un cavo nero in fibra ottica che si allaccia all’interno di una scatola azzurra, adagiata sul lenzuolo. L’oggetto emana una luce fredda, innaturale ed emette un ronzio impercettibile come un lamento soffocato. La mano destra della donna stringe una custodia di plastica che assomiglia a quella di un DVD. L’immagine su di essa raffigura un uomo e una donna che ballano vicini, con una città al chiaro di luna sullo sfondo.