L’ultimo re della riviera

In Grottesco, Racconti

Stanco e accaldato Patrizio Paraboschi si trascina tra le ordinate sdraio del bagno Boccioni. Va per i cinquantatré. È reduce dalle recenti pulizie mattutine ai cessi. L’estate prima gli facevano sistemare le sdraio, che era un po’ più dignitoso, ma adesso quel lavoro lo fanno fare ai negri. Costano meno e trascinano dieci lettini al colpo, meglio delle bestie. Ma in ogni caso non lo potrebbe più fare comunque “ché c’ha il mal di schiena”, come si lamenta spesso. E neanche il bagnino lì in riviera lo può più fare, se è per quello.
Cinque anni prima gli era morta una bambina sotto al molo, durante il suo turno. Lui era in una cabina a scoparsi in culo una tardona in ferie. Erano arrivati quelli della croce verde, l’ambulanza e pure l’elicottero, e se l’erano portata via in volo, dopo che tutta blu non prendeva più colore. E in volo c’era morta quella povera creatura, che aveva nove anni appena. Erano arrivati i poliziotti, avevano chiesto chi era in servizio, avevano interrogato Patrizio, l’avevano portato in centrale e in tribunale. Alla fine, con la scusa che lavorava mezzo in nero, non si sa come ma l’aveva pure fatta franca. Però c’era rimasto male, parecchio male, e il bagnino non lo faceva più, anche perché non ce lo voleva più nessuno lì a sorvegliare il mare.
Era l’unica cosa che sapeva fare, dopo averla fatta per un’esistenza intera, e adesso, anche volendo, manco al mercato ortofrutticolo a scaricare le casse poteva andare, “ché c’aveva la schiena mezza rotta” come si era detto. Se l’era spaccata a tirar su pesi alla palestra vicino al bagno Sole, quella dove andavano gli sproporzionati. Ci aveva bazzicato tutta la vita lì, prendendo anche qualcosa sottobanco, per darsi una mano, perché “se vuoi averci il fisico come si deve” come si diceva nell’ambiente “col cazzo che ci arrivi solo a pesi”. Un giorno che era infoiato come una bestia e certi avevano scommesso che il bilanciere pieno non lo avrebbe mai tirato su. Lui non si era fatto indietro e ci aveva provato. E ce l’aveva pure fatta, ma per lo sforzo i dischi della schiena gli erano schizzati via come proiettili nell’istante stesso in cui aveva strappato.
E adesso, con la creatura morta sulla coscienza e la schiena rotta, giusto i cessi del Boccioni gli fanno pulire. Lo vedi lì con la gomma dell’acqua a lavar via il piscio e la sabbia, e ha sempre la faccia triste. Della vecchia guardia non c’è più nessuno ormai, “ché a cinquant’anni se ancora fai il bagnino devi averci qualche problema”, ti dicono in giro. Solo qualche coetaneo che passa di lì ogni tanto lo riconosce. Si ferma a scambiarci qualche chiacchiera, tenendo il figlio per mano o dicendo alla moglie di aspettarlo più avanti all’ombrellone, che arriva subito. Dopo essere stato il re del Boccioni una vita, adesso non conosce quasi più nessuno. Sono cambiate le facce sì, ma anche il tipo di persone proprio. Adesso girano certi ragazzi “con di quei fisici, os-cia”, che sembrano usciti dalle copertine di qualche rivista del body building. E ste ragazzette belle da dio già dai quindici anni, con le tette fatte, i culi tondi e i costumi spregiudicati, che ti fanno arrapare solo a vederle muoversi. Certe sono pure tatuate, ma con disegni belli, colorati, con le sfumature. Mica i quattro scarabocchi sbiaditi che si portano addosso lui e quelli della sua generazione. E lui se le guarda sempre con gli occhi ingordi. Mastica amaro perché non le può avere, anche se dentro si sente sempre il leone di una volta. Gli sembra solo ieri quando le turiste lo fermavano per farsi le foto con lui, tanto che era muscoloso e bello che pareva una star del cinema. Quando ne aveva una diversa ogni sera, quando doveva solo puntare il dito e scegliere, quando tutti facevano a gara per passare una serata con lui. Ce lo vedevi pure in qualche cartolina.
Quella mattina che ha appena pulito i cessi ed è già con tre birre in corpo, incrocia una ragazzetta sui diciotto che vede spesso e che gli piace tanto. Ha gli orecchini in faccia questa, e mezza testa rasata. Ha il fisico mica perfetto, ma che arrapa molto. E lui che lo fa sempre a tutte, prova a strizzare l’occhio anche a lei quando passa con le amiche, e questa vai a capire perché, anziché inviarlo a quel paese come è consuetudine, glielo strizza a sua volta, e il Patrizio in quel momento chissà cosa crede, e chissà cosa ci vede. La segue a distanza di una decina di metri mentre si incammina assieme alle amiche verso la spiaggia. Quando raggiungono il loro ombrellone, lui si appoggia con la schiena a una cabina poco distante, con la birra in mano. Da sotto agli occhiali da sole abbassati la osserva e cerca il suo sguardo. E questa scema ogni tanto lo ricambia e guarda, e ride, e poi parla con le amiche. E Patrizio, “os-cia”, si sente di nuovo il ruggito del leone in petto, si sente ancora il mare in burrasca che gli sbatte dentro, e gli vien da ridere dalla gioia per quel momento di gloria ritrovata.
A un certo punto la ragazzetta si alza e va verso di lui. Gli passa accanto, entra in una delle cabine e prima di chiudere la porta gli getta un’occhiata. Nella testa di Patrizio prende vita un film. Si guarda attorno e gli è chiaro cosa significa, sa cosa deve fare. È la vecchia storia che si ripete, il passato che ritorna. Aspetta un minuto, beve l’ultimo sorso di birra, appoggia la bottiglia a terra e poi le va dietro. Raggiunge la cabina in cui è entrata e spinge la porta, ma la trova chiusa. Allora strattona un po’ la maniglia tirando avanti e indietro. Poi, visto che non si apre, la chiama.
«Ehi!»
Da dentro sente una risatina.
È confuso, non sa interpretarla.
Con la mano a paraocchi sul viso si accosta alle lamelle in legno della porta e cerca di guardare dentro, per capire, ma non vede niente.
Un’altra risata.
Ci prova ancora, spintona con più forza, e questa volta la porta cede, si apre.
Patrizio entra.

Esce trafelato, dopo neanche cinque minuti. Si allaccia il cordoncino del costume e sbattendola si chiude in fretta la porta alle spalle, manco ci fosse stato dentro un mostro. Ha una macchia umida ad altezza della patta e, barcollando a destra e sinistra, quasi travolge una signora. Immettendosi sul sentiero di lastre in cemento tra la sabbia, si lascia sfuggire un rutto al malto e, dopo essersi guardato attorno per tutto il tragitto, entra in un bar tre bagni più in là. Si appoggia di peso sul bancone, ordina qualcosa e aspetta lì tutto ricurvo, dando le spalle all’ingresso.
Si sta mangiando un toast, quando sente un gran clamore dietro di sé. C’è un gruppetto di persone che urla nella sua direzione e lo indica. Patrizio, ingobbito sul suo spuntino, si gira e rivolge alla folla arrabbiata uno sguardo ebete, con un filo di formaggio fuso che gli pende dalle labbra.
«Eccolo là» grida rabbiosa la signora di prima, scortata da quattro uomini belli grossi mentre entra nel bar e gli va addosso. La donna inizia a prenderlo a pugni sul corpo, lui li sente appena, non reagisce minimamente, si limita solo a mostrare la faccia più confusa e remissiva che può. Iniziano a strattonarlo, poi dal nulla gli arriva un ceffone che gli fa cadere di mano il toast mezzo mangiato e gli fa fischiare le orecchie. Arriva più gente, la folla inizia ad agitarsi, volano male parole, poi lo afferrano e lo portano di fuori. Un ragazzo che sarà vent’anni più giovane di lui attacca a fargli la predica, spintonandolo e dandogli dello schifoso. Perde l’equilibrio, finisce per terra e sbatte la faccia un po’ sul cemento e un po’ sulla sabbia compatta. Iniziano a piovere calci e pugni, con frequenza crescente, da tutte le parti. Patrizio piange e sbava, con la sabbia impastata che gli si attacca sulla bocca e sul muco che gli cola dal naso. Gli gridano che è una merda, che è uno schifoso, che lo ammazzano. Poi uno prende il palo di ferro di un ombrellone e inizia a colpirlo prima sul corpo e poi sulla testa. Gli si apre uno squarcio nel cuoio capelluto e un rivolo di sangue caldo e appiccicoso inizia a colargli sulla faccia, impastandosi anch’esso con la sabbia sul suo viso. Arrivano colpi dappertutto, gli tirano i capelli lunghi, gli strappano ciocche, un turbinio di ciabatte e piedi nudi gli calciano la faccia. Una pedata fortissima lo raggiunge allo stomaco, e vomita birra, prosciutto e pane masticato. Poi si sente una sirena, un’inchiodata, e poco dopo una voce che si impone sulle altre e intima di smettere. Due carabinieri si fanno largo tra la folla, lo strappano per miracolo dalle mani dei presenti e mettono in piedi il suo relitto a forza. Patrizio esausto e piangente si lascia trascinare verso l’auto. Lo caricano dietro e se lo portano via, tra gli insulti e gli sputi della gente.
Nonostante quel casino, quel marasma, quell’odio, Patrizio riesce solo a pensare al profumo di buono di quella ragazza dentro la cabina, all’odore del suo shampoo, alla crema sul suo collo, al liscio della sua pelle.
In manette, sfigurato, senza più un briciolo di dignità, cade così anche l’ultimo re della Riviera.

Copyright © Luca Lonardelli