Il meraviglioso mondo di Dido

In Grottesco, Racconti

Non era andata bene a Miami. Ci avevo provato, ma niente. Carlos aveva detto che andavamo là col visto turistico, che suo cugino ci trovava il lavoro e che, se stavamo cauti, non ci beccavano. E a lui infatti mica lo avevano beccato, ma a me sì. Lavoravo giù alla spiaggia da dieci mesi quando l’immigrazione m’aveva preso. M’avevano rimandato in Italia, e negli USA non ci potevo più tornare. Avevo cinquant’anni quando ero sceso dall’aereo a Villafranca. Era aprile, quasi maggio. Mi era venuta a prendere mia mamma con la Panda e mi aveva ripreso a casa sua.
Partivo al mattino e attaccavo a girare come un fesso in tutti i campeggi, in tutte le piscine, in tutti i posti ancora chiusi dove c’era dell’acqua. Andavo a vedere se serviva un bagnino per l’estate o un guardiano, uno per sistemare le sdraio, robe così.
A scaricare i treni non ci volevo più andare, ma avevo cinquant’anni suonati, per le piscine mi ridevano tutti dietro ormai. Anche se venivo dal Miami Beach, anche se ero ancora in forma e in salute, anche se parlavo un po’ lo yankee. Due metri d’uomo ero, e con due spalle da sacramento. La mia amica Morena, l’unica che ancora mi dava bado, mi aveva aiutato a far girare un po’ di domande di lavoro, ma dopo due settimane mica avevo sentito nessuno.
Più di un mese ci era voluto per quella telefonata.
M’aveva chiamato una, con la voce professionale. Mi aveva chiesto se ero ancora in cerca, e io le avevo detto sì, e così al pomeriggio mi aveva prestato la macchina mia mamma ed ero andato sul Garda. All’indirizzo c’era un parcheggio grande circondato da una rete verde, e sopra l’ingresso un arcobaleno mezzo scalcinato e stinto con su scritto Parco Acquatico – Il Meraviglioso Mondo di Dido.
Il posto era quello.
Guardai il foglio di appunti scarabocchiato a penna. Lo avevo scritto io, ma non ci capivo più niente. Poi chiesi all’ometto nella guardiola lì avanti.
«Ehi, scusa, per gli uffici?»
«Che devi fare?» mi fece quello.
«C’ho il colloquio»
«Che colloquio?»
«Per lavorare»
«Mica che vuoi andare al parco a sbafo vero?»
«Ehi bello, c’ho cinquant’anni io, mica che c’ho la passione di andar per parchi giochi. Dai che c’ho premura, mi aspettano, c’ho il colloquio!»
Mi guardò come se non m’avesse capito, squadrandomi dalla testa ai piedi, mica convinto che non stessi tirando a fregare, manco fossi un negro o uno zingaro. Mi sistemai un po’ i capelli mentre mi studiava e mi stirai la maglietta passandoci le mani.
«Per di là» mi disse alla fine poco convinto e mi indicò un posto in fondo.
«Per di là?» gli ripetei io indicando dove mi aveva fatto segno. Già andavo in quella direzione.
Questo annuì, sempre con la faccia un po’ così, seguendomi con lo sguardo.
«Per di là»
Mi incamminai per quelli che mi sembrarono chilometri, porco cane, e ogni volta che mi giravo, l’ometto era lì che mi guardava per vedere se ci andavo per davvero agli uffici.
“Mica c’ho il buon tempo” mi dicevo “c’ho il colloquio di lavoro, io”
Trovai la porta ed entrai.
Mi accolse una signorina bella che non si sa, mi diede un modulo, una penna e mi fece accomodare per compilarlo. Chiedevano se sapevo fare un sacco di cose, e io segnavo sì, ma mica le sapevo fare. Avevo messo ics anche a ‘prestidigitazione’ che non ero tanto sicuro di cosa volesse dire. Ero bravo in molti lavori col legno comunque… mensole, ripiani, cose così. Avevo scritto che ero stato al Miami Beach, che lavoravo in spiaggia, che ero affidabile, e parlavo un po’ di yankee.
Mi chiamarono la settimana dopo. C’era un lavoro per me.

Guidavo la Panda verso il lago e nella testa speravo che mi avrebbero fatto capo bagnino, o della sicurezza. Avrei voluto più di tutti il direttore del ristorante però.
Parcheggiai, andai verso la guardiola. C’era sempre il solito.
«Che vuoi adesso?» mi fece subito quello.
«M’hanno chiamato a lavorare. Devo vedere Adesh»
«Adesh chi?»
«E quanti Adesh c’avrete lì dentro? A me m’hanno detto solo Adesh»
Ci pensò sopra, sempre sospettoso. Parlò con la radiolina, poi mi disse: «Va giù di là» indicando nella solita direzione.
«Agli uffici?»
«No, giù là» e indico lo stesso punto. «Ti aspetta Adesh»
“Allora lo conosci Adesh”, pensai tra me e me, ma non dissi niente, che non volevo far polemica.
M’aspettava un indianino cicciottello, scuro da morire e con la faccia da angioletto. Mi chiese di seguirlo. Manco m’aveva salutato. Andammo giù per un vialetto dietro gli uffici e poi dentro in un magazzino bello grande. C’era pieno di pezzi di scivolo, salvagenti, qualche gioco di plastica. Mi indicò il corpo di un pescione di pezza senza testa buttato in un angolo tra le ragnatele.
«Infila quelo e vediamo come te sta»
Due negretti usciti dal nulla tirarono su il corpo del pesce che c’aveva un buco sotto, e sbuffando e imprecando come bestie me lo infilarono addosso facendomelo passare da sopra la testa. In piedi era quasi due metri di altezza.
Era tutto azzurro, con la pancia bianca. C’aveva tre pinne sulla schiena, due di lato, una sul ventre, e un capoccione con gli occhiali da sole. La testa era staccata però, si metteva alla fine. Stava per terra tra la polvere.
«Come te sta?» chiese Adesh. «Te lo sente bene?»
«In che senso bene, porco cane? Peserà cinquanta chili, ma che roba è?»
«Dido. È pupazzo di parco. Per bambini. Camina fino là»
«Fino dove?»
«Fino là! Vediamo se lo sa portare»
Feci un paio di passi. Ondeggiavo. Mi pareva di avere tre persone sulla groppa e due litri di barolo in corpo. Barcollai fino a dove aveva detto Adesh, poi mi fermai e lo guardai, per vedere se ero andato bene.
Mi stava studiando, soddisfatto ma ancora un po’ perplesso.
«Prova con testa»
Senza che manco avessi fatto un fiato, uno dei negri m’aveva già sbattuto in testa il capoccione impolverato del pesce, e Adesh da fuori mi aveva comandato da che altra parte del magazzino andare.
Pareva di camminare sotto acqua, porco cane, e faceva un caldo bestia lì dentro. E puzzava pure di piscia, polvere e sudore.
Stavo per mandarli a quel paese, a lui e a Dido, quando un secondo prima Adesh mi fece.
«Va bene. Lo dice a Franco»
«Dice chi? Chi è Franco?» chiesi tutto sudato, suonando come un mummificato vivo.
«Franco è padrone, gli dico tu va bene»
Mi tolsero la testa di Dido, guardai Adesh e gli chiesi che dovevo fare.
«Aspeta fuori, parlo con Franco e poi lui dice».
Mi cavarono il costume, mi sedetti su una panchetta fuori e appiccicai una sigaretta, umido come una bestia dalla testa ai piedi.
Arrivò Franco, dopo venti minuti. Era uno abbronzato, pure lui sui cinquanta, coi baffoni neri e mica tanto alto. Aveva un ventre gonfio che pareva quasi finto. Portava la camicia a fiori e gli zoccoli di gomma rossi.
«Piacere, sono il Franco»
Feci per dargli la mano, ma mi sorprese con una stretta da pischello, tipo la presa del braccio di ferro.
«Allora, come sta il costume?»
«Uh, pare l’abbiano fatto per me, signor Franco» gli feci io paraculo.
«Allora, che dire… benvenuto a bordo!» e mi diede una pacca sulla spalla. «Passi in ufficio dalla Raffaella, gli dici che ti faccia il contrattino da Dido, e per domani ti fa tutte le carte. Facciamo un bel part-time stagionale fino a settembre» disse sfregandosi le mani «e poi casomai estendiamo per l’inverno se ci troviamo bene, che qualcosa qua c’è sempre da fare»
«Grazie, signor Franco. Per me va bene anche fare tutto il giorno comunque. Sono uno che lavora duro».
«Sì sì, ma fai tutto il giorno. È solo il contratto che è part-time, giusto per darci una mano a vicenda» e mi fece l’occhiolino.
«Ah, bene, grazie signor Franco»
Mi incamminai verso gli uffici, ma mi richiamò da dietro.
«Ehi!»
Mi voltai.
«Chiamami pure Frank!»

Tornai il giorno dopo. Firmai il contratto dalla Raffaella e poi incontrai Frank al magazzino. Di fianco aveva un nano che fumava. Non che fosse basso, era proprio nano, come quelli di certi telefilm.
«Eccolo Dido!» fece Frank. Poi mi indicò il nano. «Questo è Bibo, il tuo migliore amico»
Mica ero sicuro di aver capito bene.
«Bibo» ripeté «è il cavalluccio marino amico di Dido!»
Nella testa di Frank era tutto molto chiaro, io invece restavo ancora parecchio confuso, ma ressi il gioco.
«Ah, bene»
«Van sempre in giro assieme e fan divertire i bambini come pazzi! Su, su, andate a cambiarvi che facciamo un bel giretto finché non c’è ancora nessuno e ripassiamo tutto coi costumi, che tra due giorni facciamo l’apertura ufficiale, eh!»
Dragan, il nano, aveva la faccia da slavo e il testone che pareva un’incudine. Gli occhietti blu erano piccoli e crudeli. D’inverno faceva lavori di manutenzione per il parco, d’estate si sputtanava a fare Bibo. Venni a sapere che stava lì da tre anni.
Entrò nel magazzino senza dir niente e si lasciò vestire dando gli ultimi tiri dalla cicca. I negri ci misero il costume, prima a lui e poi a me. Frank ci fece il gesto di seguirlo e iniziammo il giro per il parco. Se non conoscevi bene com’era la storia, a vederci insieme potevi pensare che il panzone con la camicia a fiori fosse un altro degli amici di Dido.
«La mattina mi partite da qua» attaccò Frank indicando il piazzale d’ingresso «girate per una mezz’oretta e salutate i bambini che entrano al mondo di Dido. Poi andate qui in fondo e aspettate lo Spruzzolo»
Mi sentirono farfugliare una domanda da dentro il costume.
«È il trenino di Dido» mi risposero insieme.
Frank andò avanti.
«Quando i bambini sono tutti a bordo, salite anche voi nel vostro vagoncino e salutate tutti da lì sopra. Il treno parte cinque volte al giorno, a ogni partenza voi dovete farvi trovare qui puntuali»
Scoprii che il trenino, come lo chiamava lui, era un convoglio di sei carrette pitturate di celeste attaccate insieme, e rimorchiate da un trattore che faceva da locomotiva. Il trattore lo guidava Adesh con una specie di cappello da ferroviere in testa.
«A mezzogiorno e alle sedici c’è la baby dance e vi presentate qui nel piazzale, e ballate coi bambini. La baby dance non può partire senza Dido e Bibo, quindi anche qui è fondamentale la puntualità»
A sentir la cosa della baby dance m’era venuto freddo.
Via via che camminavamo, Frank mi spiegava i posti di tutto il parco. La Piazza Sorriso, lo Scivolo Arcobaleno, la Laguna Meraviglia, il Castello di Dido…
Pareva il delirio di un demente.
Frank li amava i bambini e nel suo cervello voleva che si sentissero dentro a un sogno.
A me invece mi pareva tutto una gran cacata.
«Ragazzi» disse abbracciandoci quando finimmo «questa sarà un’estate indimenticabile!»
«Senz’altro, Frank» risposi io, e boia cane se ne ero convinto.

Il primo giorno fu un inferno. Dopo un quarto d’ora mi sentivo già mancare il respiro. Camminavamo tutto il giorno salutando ogni bambino che passava, io agitando le pinne e Bibo muovendo la coda. C’erano bambini dappertutto, boia mondo, era un salutare di continuo. Tutt’attorno girava gente in costume da bagno, ragazzine mezze nude, e vedere tutta quell’acqua, quegli spruzzi e quegli scivoli, mi faceva venir male. Mi sentivo come i morti di fame che guardano i ricchi dalle vetrine dei ristoranti. Il sole di mezzogiorno poi non aveva pietà, quando in lontananza iniziavi a veder gli spettri che venivano su dal pavimento e ti cominciavano a lessare lento. Appena dopo la prima baby dance ero stravolto e mi sentivo svenire. Il costume di Dido era una bara di pezza, porco mondo. Una volta che me lo chiudevano addosso lo toglievo solo con l’aiuto dei negri, quindi per pisciare e cose così dovevo gestire tutto prima. Da dentro il costume l’unica cosa che potevo fare era grattarmi un po’ le balle, farmi uno spuntino, o bermi una minerale. E camminare. Camminare per quel parco infame tutto il santo giorno. Alla fine i giri sulla carretta del trenino erano la cosa migliore della giornata, che almeno stavamo seduti e tiravamo un po’ il fiato.
Alla fine della prima baby dance potevamo togliere i costumi mezz’ora e sgagnare un panino in magazzino, poi riattaccavamo fino a sera. Ci voleva la forza di una bestia per portarsi addosso tutta quella roba. Un turno al mondo di Dido era peggio che scaricare treni per dodici ore di fila nei magazzini generali. Pure i “paletta”, i disgraziati che tiravano su le carte e il sudiciume per il parco, ci guardavano con un senso di pietà.
Dragan non parlava mai. Durante la pausa io toglievo tutto, lui restava col costume addosso senza la testa, come se non gli fregasse niente. Me lo vedevo lì, tutto incarognito nel corpo del pupazzo, che si masticava il panino e si fumava la cicca fissando il niente. Se un bambino lo avesse visto così, sicuro che faceva un colpo. Pareva il mostro di uno di quegli incubi nefandi.

Una sera che ero stanco spompato stavo per salire in macchina e mi vidi nel parcheggio Dragan che bestemmiava i santi in cielo. Mi avvicinai a lui che stava a rimuginare su una bici da ragazzino mezza sfondata. Era la sua. Gliela avevano tutta accartocciata facendo la retromarcia.
«Che sei rimasto a piedi?»
«Eh, sì. Un filio di putana ha sfasciato il ciclo»
«Ma che abiti distante? Che se ti va ti porto io»
Dragan guardò la bici e valutò la situazione. Alla fine caricammo la bici sulla Panda e la mollammo giù al meccanico più vicino. Per gratitudine mi invitò al bar a bere, e io ci andai volentieri, che non avevo tanti amici ormai per fare una parola in compagnia. Quella sera io e Dragan attaccammo a parlare e, tra una sigaretta e un Montenegro, ci raccontammo le nostre disgrazie. Gli dissi del Miami Beach, di come m’avevano beccato e di come ero finito lì. Lui mi raccontò della guerra, che era dovuto scappare ed era venuto in Italia. Aveva fatto il muratore, l’operaio, tutte cose di fatica, e alla fine, non si sa come, visto che serviva un nano, era capitato lì. A lui di fare il pupazzo e di quello che diceva la gente mica gli fregava niente, perché alla fine era meglio della guerra, lui che l’aveva vista, però c’aveva dentro dei drammi che se glieli tiravi fuori lo intristivano parecchio. Suo fratello e sua mamma, per dire, si erano presi una rivoltellata nella schiena che scappavano dai soldati, e c’erano rimasti secchi. E poi anche essere nano, tutto sommato, non doveva essere per niente facile.
Quella sera andammo dentro nei ricordi un po’ troppo, perché mi rammento solo che bevemmo tanto, ma tanto, e lo facemmo fino all’alba girando per tutti i bar del lago.

Alla mattina tornammo al parco e attaccammo a lavorare. Eravamo ancora ubriachi duri e senza aver dormito neanche un’ora. Mancammo l’appuntamento col trenino e iniziammo a girare pieni da far schifo, facendo canti scellerati e barcollando come galeoni tra le onde. Arrivati in Piazza Sorriso ci sentivamo soffocare, così mollammo giù le teste e io, in un ballo liberatorio ruotando i fianchi a destra e a sinistra, iniziai a schiaffeggiare la faccia del nano con la pinna davanti del costume, quella che a voler pensare male pareva proprio un pisellone gigantesco. Lui saltellava cercando di morsicarla, sbraitando frasi oscene e ridendo come fosse impossessato. Tra gli sguardi sconvolti dei presenti ci incamminammo verso la Laguna Meraviglia, una grande piscina tonda e bassa dove giocavano i più piccini oppure si prendeva il sole. Appena Dragan vide l’acqua in lontananza iniziò a correre come avesse un cane dietro, gridando a squarcia gola: «Ultimo che ariva è strozo». Io che da un nano certo non volevo farmi far le scarpe, iniziai a correre a mia volta dietro quelle gambette svelte e sgomitai per quanto mi riusciva cercando di ostacolarlo. Cascammo entrambi di faccia nell’acqua alta venti centimetri, creando il panico e facendo scappar via tutta la gente. I costumi si erano inzuppati e mi sentivo come se avessi appena fatto un tuffo nel cemento fresco. Dimenandomi come Tarzan contro la grande piovra, riuscii a liberarmi del costume e tirai fuori Dragan dal suo, poco prima che annegasse. Essere in quel posto, per la prima volta senza quella trappola di pezza addosso, mi faceva sentir rinato. In quel momento il sole non era più nostro nemico e sentirselo addosso, bagnati di acqua fresca, era una sensazione che non vivevo da tempo. Ridendo come due lenti di testa, ci levammo tutto e a culo nudo corremmo in mezzo alla laguna, sbraitando e spruzzandoci come fossimo due ragazzetti, con i pensieri lontani dal lavoro, dalla guerra, dalle umiliazioni e dal nanismo.
Ci braccarono quelli della sicurezza sulla cima dello Scivolo Arcobaleno mentre, sempre senza vestiti, tentavamo una discesa in piedi con dei teli mare rubati legati attorno al collo.
Ci portarono agli uffici.
Frank ci aspettava in piedi dietro la sua scrivania.
Era sconvolto. Non volle sentire scuse, non accettò ragioni. Ci disse che eravamo dei sozzi, che avevamo profanato il mondo di Dido. Ci guardava col disprezzo con cui si guardano i ricchioni, manco fossimo due invertiti. Neppure due settimane ero durato in quell’inferno da fiaba e nella mia rovina stavolta mi ero tirato a fondo pure Dragan.
Ero disoccupato, di nuovo.
Fu così che presi il mio nano, mi lasciai il parco alle spalle e mi imbucai con lui nel baretto più vicino.

Copyright © Luca Lonardelli