Il fiume

In Introspettivo, Racconti

«Qui giace uno il cui nome fu scritto sull’acqua»
Epitaffio di John Keats

Lo trovarono una mattina del ’55 sulla riva del fiume. La corrente, incattivita dalla pioggia, lo aveva trascinato per metri prima di restituirlo alla terra e, imbevuto fino alle ossa, l’acqua gli aveva perfino fatto lo sgarbo di requisire per sé quel pezzo di legno che gli faceva da gamba surrogata. Può darsi fosse stato proprio a causa di quell’arto sghembo che quella notte l’uomo era scivolato giù dalla scarpata fino all’acqua, o forse era stata colpa di quell’abitudine all’alcol che aveva ormai trasformato il suo corpo in una spugna zuppa e gialla. Qualunque fossero state le cause del decesso, entro l’ora di pranzo Martinelli aveva già pronto il necrologio per l’editoriale della sera e Don Enzo aveva iniziato i preparativi per le sepolture. Poi però Lucia, la sarta del paese, si era messa a fare pubblica manifestazione di sdegno nella piazza grande: Dio le aveva parlato e bisognava prestarle attenzione. Grazie al temporale, infatti, quella notte la sua anca speciale l’aveva svegliata giusto in tempo per riuscire a intravedere dalla finestra l’uomo nel momento in cui si gettava dal ponte. Dio le aveva parlato: niente funerali cattolici per il suicida. La discussione sulla veridicità di questa versione – che comprese anche il farsi avanti di tre diverse zitelle che avevano sostenuto di volta in volta che lo sfortunato si era ucciso per un disperato e inconfessabile amore per ognuna di loro – infiammò il paese per quasi tre giorni. Alla fine si trovò la pace solo quando Don Enzo promise di fare sì il funerale al morto, ma non con troppo sentimento. In ogni caso, Manu vietò per almeno una settimana ai clienti del Numero Dieci di sedersi sul suo sgabello. Non tanto per lutto, quanto per scaramanzia. L’importante era verificare che non ci fossero ancora in giro fantasmi che volevano qualcosa dai vivi. Poi però le poche scarne parole che il prete era riuscito a mettere insieme per commemorare la dipartita del morto avevano lasciato un gusto amaro nella bocca dei compaesani. D’improvviso si aveva l’impressione che lui un fantasma lo fosse sempre stato, fin da vivo. Per quanto si sforzassero nessuno sembrava riuscire a ricordare come e quando il forestiero fosse divenuto parte del panorama, quando la sua presenza fosse diventata usuale sulle panchine del parco, tra gli sgabelli delle taverne. Era difficile per loro indicare da dove l’uomo fosse venuto o perché – tanto per cominciare – avesse mai abbandonato il luogo che abitava prima. La discussione in paese ricominciò, ma questa volta sommessa, in silenzio, senza dimostrazioni in piazza, come qualcosa di pericoloso, con un velo di soggezione a ovattare ogni parola. Qualcuno sosteneva che durante la guerra fosse stato una spia fascista e che poi quando erano arrivati i partigiani era dovuto scappare. E quella gamba se la sarebbe portata via un colpo di fucile sparato da una vedetta partigiana a tradimento, alle spalle, mentre lui correva tra gli alberi delle Langhe. A me una barbuta puttana romana aveva raccontato che era stata una tigre bianca a strappargli la gamba, con un solo morso. Lei sosteneva di sapere per certo che i suoi anni di gioventù l’uomo li aveva trascorsi a girare l’Europa con il circo, addestrando i felini a saltare nei cerchi. Probabilmente, tra tutte le versioni che conosco, questa è quella che preferisco. Possiede un fascino avventuroso che manca a molte altre varianti, come per esempio quella che sentii a Salerno, secondo cui la mutilazione era il risultato di un incidente al porto. O di una rissa al porto. Era diventato difficile scindere i due eventi.
Sulla banchina poi un uomo con sole sei dita in tutto mi aveva raccontato una storia fatta di debiti di gioco non pagati e di celle buie. Ma la storia era piena di buchi e nomi accavallati e anni che confondono i volti. Un nome però continuava a riaffiorare. Il morto se l’era tatuato sul petto, da parte a parte, e poi anni dopo ci aveva fatto mettere sopra una grossa croce. Lucia, Luciana, Luisa: tutti sembravano ricordare qualcosa di differente. Che poi chissà, potrebbe anche averle amate tutte e tre. A Venezia venni fermato da due sorelle che avevano sentito dire che lo stavo cercando. Entrambe sostenevano di avergli dato un figlio e che l’altra mentiva sulla paternità: una faida che lacerava una famiglia da almeno due decadi. E poi ci fu quella volta a Cesenatico, dove incassai un pugno al posto suo da parte di un padre offeso, la cui figlia era stata abbandonata all’altare.
Maria, quando mi stese sul letto come aveva fatto con lui tanti anni prima, aveva negli occhi lo stesso azzurro del cielo e le grinze del viso non avevano potuto invecchiarne il sorriso. Avvolti nelle lenzuola, Maria paragonò i mie capelli dorati ai suoi. Veronica invece sembrava ricordare di lui solo la sua chioma d’ebano, spessa e scura, come la sua anima. A nord lo credevano di origini parigine e filosofo. A sud lo avevano soprannominato Pancio e lo conoscevano per la sua capacità di ipnotizzare il bestiame.
E tra tutte queste voci chiassose e accavallate, uno solo – un frate benedettino lucano – mi raccontò una storia fatta di silenzi. L’uomo era venuto a bussare alla loro porta un ottobre piovoso per chiedere un pezzo di pane e per quasi tre anni non se n’era più andato. Lavorava la terra, custodiva i libri nella biblioteca, spazzava i pavimenti di pietra e poi alla sera si inginocchiava con loro davanti alle icone, ma il frate aveva sempre dubitato pregasse il loro stesso dio. Passava delle ore con lo sguardo fisso oltre l’orizzonte e spesso capitava che i piedi lo guidassero a vagare senza meta tra gli ulivi delle colline. Forse cercava qualcosa, forse la fuggiva, nessuno avrebbe potuto stabilirlo con certezza. Poi un giorno vagò fino a non trovare più la strada del ritorno. Gli altri frati ancora per qualche tempo si preoccuparono di lasciare in tavola il suo piatto, ma il lucano sapeva che ormai era lontano, a vivere un’altra vita. Possedeva un bell’orologio, mi disse, troppo bello per accompagnarsi bene a quei vecchi calli sulle mani. Da quando lo conosceva era fermo sempre sulla stessa ora e più di una volta il frate si era proposto di ripararlo, ma lui aveva sempre rifiutato. «Mi ricorda l’ultima mia ora bella» rispondeva. Dopo la sua scomparsa poi furono ritrovati, nascosti in biblioteca, plichi di fogli: erano una lista di peccati, una lista di rimpianti, un testamento fatto di scuse sgraziate e visioni oniriche a tratti paradisiache a tratti apocalittiche.
Chi può dirlo, magari dal ponte ci si era buttato per davvero.
È disarmante ciò che a volte non c’è dato di sapere per certo: come finisce una vita, perché termina o – nel mio caso – perché inizia.
Quando da piccolo chiedevo alla Zia da dove venissi, lei per risparmiarmi il dolore dell’abbandono mi raccontava che era stata la corrente del fiume a portare un giorno il mio fagotto davanti alla sua porta. Io sapevo che era una bugia, una di quelle buone che si dicono ai bambini, e fingevo di crederci solo per vederla serena. Le mie notti però erano infestate da incubi terribili. La corrente di quel fiume mi trascinava, mi tirava per i piedi e mi portava sotto. Io provavo a nuotare contro le rapide, ma la forza dell’acqua era troppa e non avevo una singola roccia a cui potermi aggrappare. E prima che me ne potessi accorgere il fiume mi aveva inghiottito e la mia esistenza era cancellata per sempre: nulla prima, nulla dopo, lavata via dallo scorrere inesorabile, continuo e indifferente.
La corrente mi maltrattò per anni, sbattendomi da una parte all’altra, lasciandomi senza stabilità, senza un punto fisso. Poi un giorno decisi che non potevo più vivere senza la mia roccia e sono partito. La Zia teneva quella fotografia in un vecchio portagioie: un ragazzino con un sorriso sbilenco e alle sua spalle una cascina sulla collina, sotto in poche lettere storte un nome e una data.
Non so cosa speravo di ottenere: la soddisfazione di poterlo chiamare papà? E non so nemmeno cosa speravo di trovare: un punto zero, un’origine, un perché, un’illusione di memoria?
Quando sono arrivato alla cascina i molti inverni di abbandono avevano lasciato il tetto crollare sotto il peso della neve. Non era rimasto niente di vivo. Dopo non saprei dire se ho inseguito un solo uomo oppure dieci, un solo fantasma o forse cento e le storie si intrecciavano come parte di una sola trama senza senso. Ma vivevo nell’illusione che se avessi capito chi era lui, allora avrei capito me stesso.
E adesso, mentre sto coi piedi piantati su questa terra che ricopre il suo corpo e fisso questa roccia – questo sasso che porta una data di morte ma non una di nascita – devo persino domandarmi se ci sia veramente lui sepolto qui sotto.
Un vecchio all’osteria mi aveva detto ridendo tra i denti marci che magari così come la corrente se l’era portato via allo stesso modo la corrente l’aveva fatto arrivare in paese. E forse era vero. Forse se nessuno poteva stabilire con certezza da dove proveniva, allora doveva averlo portato il fiume. Come me.
Una nuova potente immagine abbatte i confini del sogno ed esplode nei miei occhi in piena veglia. Il fiume mi trascina e anche se sento nel petto la sensazione della morte, questa volta non sono più solo. Lui è lì, accanto a me, e con lui ci sono anche gli altri cento uomini che è stato e poi i diecimila tra uomini e donne che ha incontrato, e poi le diecimila che hanno conosciuto me e poi le cento mila che non l’hanno mai fatto.
Insieme siamo un corso umano, una marea di gente. Terrorizzato abbasso lo sguardo alle mie braccia immerse nell’acqua, ma questa volta non annaspo, non affondo. Adesso si sono fuse in un’unica unità con quelle di mio padre e insieme cavalcano la corrente. E i miei piedi si uniscono a quelli di chi mi sta attorno e le mie gambe si intrecciano con tutte le altre e i nostri cuori battono insieme, come uno. I corpi sono portati dalla corrente e tra le rapide e le onde i volti si mescolano, gli arti si fondono e l’acqua ci rende un unico. È un flusso che scorre indeterminato, inscindibile, senza memoria, senza patria, senza appartenenze o rivendicazioni: è una comunione di anime, è l’umanità. E io sono parte del tutto e non ho più paura.